Haro sur les riches

Nella sfida elettorale in corso in Francia ci sono candidati di sinistra che si contendono il titolo di chi detesta di più i ricchi. E ci sono candidati di destra che si contendono il titolo di chi detesta di più gli immigrati. Non è una campagna esaltante, non è neppure una campagna che affronta i problemi principali del paese, che sono la crescita lenta e la crisi dello stato sociale.
16 AGO 20
Immagine di Haro sur les riches
Nella sfida elettorale in corso in Francia ci sono candidati di sinistra che si contendono il titolo di chi detesta di più i ricchi. E ci sono candidati di destra che si contendono il titolo di chi detesta di più gli immigrati. Non è una campagna esaltante, non è neppure una campagna che affronta i problemi principali del paese, che sono la crescita lenta e la crisi dello stato sociale.

Perché allora non scrivere sulla scheda Maurice Lévy, il cui successo negli affari lo ha reso l’uomo più vituperato di Francia? Lévy è il ceo di Publicis, la terza agenzia di pubblicità del mondo. Da quando è lui al comando, l’azienda è diventata quasi dieci volte più grande di com’era quindici anni fa, con 54 mila dipendenti: nel 1996, erano seimila. Per questa performance, di recente Lévy ha ricevuto un bonus da 16,2 milioni di euro, che è il valore della retribuzione differita accumulata in otto anni.

Il suo successo è il suo peccato, così Lévy è diventato il “whipping boy”, il capro espiatorio, preferito dei candidati all’Eliseo. Un portavoce di Nicolas Sarkozy (che una volta difendeva il capitalismo) definisce il bonus “sproporzionato”. Il principale rivale di Sarkozy, il socialista François Hollande, cita il bonus a giustificazione della sua proposta di colpire i ricchi con una tassa al 75 per cento. Poi c’è il candidato del partito di sinistra, Jean-Luc Mélenchon, che vuole fissare il massimo del reddito a 360 mila euro. Tutto quello che sta sopra dovrebbe essere confiscato dallo stato. Mélenchon s’attesta ora al 15 per cento dei voti, secondo i sondaggi.

Ironia vuole che Lévy fosse tra i ricchi firmatari francesi di una lettera aperta, pubblicata l’anno scorso, che proponeva di alzare le tasse ai redditi più alti per cercare così di colmare il deficit del bilancio di Francia. Allora esternammo i nostri sospetti riguardo a questa idea e forse persino Lévy, che si è opposto alla proposta di Hollande dell’aliquota al 75 per cento, ora si sta chiedendo quanto sia stato saggio alimentare i sempre ardenti tizzoni del risentimento di classe della Francia. Un problema fra tutti: non puoi tassare i ricchi che hai di fatto incoraggiato a lasciare il paese.

Il punto è che la Francia dovrebbe ambire a molti altri Maurice Lévy – moltissimi altri – se vuole essere in grado di sostenere i suoi progetti di welfare sociale. Ma il punto principale dell’accordo elettorale tra la destra e la sinistra – disprezzare il successo di un manager francese – rivela una nazione fin troppo a suo agio con il suo declino economico.

Copyright Wall Street Journal per gentile concessione di MF